La Cina, terra sterminata, è anche il Paese con più internauti, ben 800 milioni. Negli Stati Uniti, pensate, sono un terzo. Non solo, ma due cinesi su cinque ancora non hanno a disposizione internet, il che fa immaginare ampi margini di crescita. Lo scrive Asianews, agenzia del Pime, citando i dati di un report da parte della China Internet Network Information Centre (Cnnic).

A giugno di quest’anno, nel Paese dell’estremo oriente, 566 milioni sono stati coloro che hanno fatto acquisti tramite il web, un numero che è cresciuto in percentuale del 7,4 per cento rispetto al semestre precedente. Siamo a 594 miliardi di dollari di valore di vendite al dettaglio online, pari a 4,08 trilioni di yuan, nei primi sei mesi del 2018. L’aumento è addirittura del 30,1 per cento rispetto al precedente anno.

E dire che in Cina viene operata una dura censura proprio su internet: 135 siti tra i più visitati nel resto del pianeta, come Youtube, Facebook, Twitter e Google, non sono accessibili. La Golden Shield, detta anche Great Firewall, lavora implacabilmente. Anche se qualche spiraglio potrebbe aprirsi prossimamente: Google sta infatti trattando con il governo cinese per poter arrivare anche a Pechino e a Shangai con un progetto chiamato Dragonfly. In pratica, Google accetterebbe la censura a patto di poter arrivare sui device dei cinesi: il sistema riconoscerebbe automaticamente ogni ricerca online su diritti umani e religione, bloccandole. Apple, altro gigante del web, ha rimosso 25 mila app dallo store cinese; tra queste, 4 mila erano dedicata al gioco online.

Dicevamo della censura cinese che cala come una mannaia. Così è accaduto l’anno scorso per le reti Vpn, quelle che permettevano di accedere proprio ai siti oscurati.

Continuando ad analizzare il report della Cnnic, il tasso di disponibilità del web è pari al 57,7%, con un +26% nelle aree rurali. La fascia tra i 30 e i 39 anni vale il 39,9% del totale. Il boom riguarda il web fruito attraverso il mobile: 788 milioni nel primo semestre del 2018, il 98,3% in percentuale. Tra i settori più in salute c’è quello dei servizi finanziari (dal 16,7% al 21%).