Radio, cd, vinile fatevi da parte: la musica adesso si ascolta online. Con buona pace degli artisti che si lamentano per gli scarsi ricavi provenienti dal pagamento delle royalties. Già lo scorso anno, la musica digitale ha superato quella fisica in termini di ricavi, con un aumento del 45% nel giro degli ultimi dodici mesi. A sostenere questa crescita ci pensa lo streaming. Soprattutto quello a pagamento. Ormai sono oltre 68 milioni gli utenti che hanno sottoscritto un abbonamento premium per ascoltare i propri brani preferiti senza essere interrotti dalla pubblicità. A fare la parte del leone ci pensa la piattaforma svedese Spotify che, dopo un periodo promozionale di tre mesi, permette di ascoltare un catalogo di oltre 15 milioni di canzoni pagando una quota mensile di 9,99 euro. Nel 2015, gli abbonati erano 30 milioni: dieci volte tanto quelli di Tidel (3 milioni) e quasi il triplo di Apple (11 milioni). Numeri che, da un lato, indicano il futuro dell’industria musicale in crisi da un ventennio e, dall’altro, sintetizzano l’impatto che la tecnologia (soprattutto mobile) ha sul nostro modo di ascoltare musica.

«Il mercato della musica è nato con la plastica e il vinile, con gli album e le musicassette, ma ora è diventato del tutto liquido e trasversale – afferma Enzo Mazza, ceo di Fimi (la Federazione dell’industria musicale italiana) – In questo contesto lo streaming è diventato e sarà il modo in cui consumeremo contenuti video e audio nel futuro senza la costrizione di un singolo supporto. I contorni con gli altri media saranno più sfumati, basti pensare alla virtual reality: potrà essere applicata ai concerti live, trasmessi in streaming on demand sul proprio device». Un cambiamento che ha influito anche sul modo di consumare musica. Niente più album da dodici tracce o lp con lato A e lato B. Questa è l’era delle playlist, elenchi di titoli, singoli che si susseguono riprodotti casualmente o secondo un ordine che si basa sulle preferenze dell’utente. Uno spacchettamento «funzionale al mondo social in cui siamo immersi in cui ciò che conta – afferma sempre Mazza dal palco della Social Media Week di Milano – è la condivisione».

Un concetto ribadito anche da Rudy Zerbi, conduttore di Radio Deejay: «Una volta c’erano le cassette registrate in casa per la propria fidanzata. Una compilation di singoli realizzata per raccontare il sentimento che legava due persone. Le playlist hanno la stessa funzione, solo che la caratteristica dominante ora è la curiosità. Con un semplice click i ragazzi di oggi possono scoprire stili e sonorità lontane, per cui prima ci si doveva spostere di chilimetri per ascoltare». Insomma, meno romanticismo più interesse (che poi è un’altra forma del romanticismo). In una parola, curation.«Quello che cerchiamo di fare con Spitify – rivela Veronica Diquattro, responsabile della piattaforma musicale per l’Europa meridionale – è proporre all’utente la musica per lui rilevante in quel momento». Per farlo, Spotify mette in campo un connubio fra uomo e macchina. Da un lato il lavoro editoriale di critici ed esperti, dall’altro un algoritmo che tiene sotto controllo le tendenze digitali. Ma l’algoritmo ha il suo valore aggiunto: «Democratizza le proposte – afferma Diquattro – Riesce a portare in superficie ciò che le persone realmente ascoltano».

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