Dopo la strage del Rana Plaza, il gigante della moda low cost svedese H&M si era impegnato a migliorare le condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro in Bangladesh. Secondo un’indagine condotta dalla Clean clothes campaign (Campagna abiti puliti), però, non ha mantenuto le promesse.

H&M aveva firmato, al pari di altre 200 imprese circa, l’Accordo per la sicurezza degli edifici e la protezione contro gli incendi in Bangladesh, che ha fornito indicazioni precise alle aziende sulle misure necessarie per la messa in sicurezza delle loro fabbriche.
Il network internazionale Abiti puliti, impegnato da anni nella denuncia delle condizioni di lavoro nell’industria tessile a livello mondiale, ha valutato la situazione in 32 fabbriche del gruppo H&M, fabbriche che, secondo l’azienda stessa, dovrebbero essere quelle con gli standard più elevati, tanto da essere qualificate come “Oro” o “Platino” sotto il profilo delle condizioni di lavoro.
Ma secondo il rapporto (che si basa sulle informazioni rese pubbliche dallo stesso Accordo sulla sicurezza), sei mesi dopo il termine previsto per gli adeguamenti, sono state realizzate meno della metà delle misure programmate. Tutti i siti considerati sono in ritardo per quanto riguarda l’istallazione di paratie parafiamma e il miglioramento delle uscite di sicurezza. Sono 62 le violazioni riscontrate, che mettono a rischio migliaia di lavoratori.

In un comunicato H&M afferma che “quasi il 60% delle migliorie richieste dopo le ispezioni dell’Accordo sono state adottate”. Il gruppo ammette tuttavia “alcuni ritardi nel processo di ristrutturazione inizialmente previsto”, dovuto a “difficoltà tecniche e strutturali”.

( tratto dal settimanale www.lamiafinanza.it n.296 del 23/10/2015 ) 

 

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