Oggi a Goldman Sachs sono diventati pessimisti: la parabola del petrolio, i cui prezzi ormai faticano a superare i 45 dollari al barile, potrebbe assumere un percorso che solo un anno fa appariva del tutto imprevedibile, e crollare fino a 20 dollari. La stima di Goldman Sachs non dà però i tempi entro i quali questo crollo potrebbe verficarsi, ma le previsioni 2016 sono per un valore del West Texas Intermediate (Wti) da 57 a 45 dollari e per il Brent da 62 a 49,50 dollari. Di certo, però, c’è che già adesso le quotazioni stanno scardinando lo scenario petrolifero, visto che l’Aie ha tagliato le stime di produzione dei Paesi non Opec, Stati Uniti in testa, per il 2016.

Tanto che l’Iran, appena rientrato in gioco dopo anni di isolamento, per il prossimo anno persiano, che si concluderà il 20 marzo 2015, ha previsto che il prezzo del petrolio oscilli dai 42 ai 50 dollari. Lo ha annunciato il portavoce del governo Mohammad Baqer Nobakht. In accordo con il ministero del Petrolio, ha detto, sono state discusse tre possibilità di prezzo: 42, 45 e 50 dollari.
Come si fa a tenere questo prezzo? Semplice, l’Iran ha chiesto agli altri produttori di contenere l’export del greggio per sostenere il valore del barile. Il Paese che ha appena detto addio al nucleare ed esce da anni di embargo energetico, prevede di aumentare la propria produzione di di 500mila barili al giorno, una volta che le sanzioni saranno rimosse, raddoppiando la cifra in cinque mesi. La produzione attuale è di circa 2,8 milioni di barili, il livello più alto da tre anni a questa parte.

La mossa dell’Iran va nella direzione opposta di quanto prevede il report di Goldman Sachs che recita: “Il mercato del petrolio è approvvigionato in eccesso persino più di quanto avevamo previsto e adesso stimiamo che questo surplus persista anche nel 2016”. E se i Paesi Opec potrebbero sostenere il prezzo, i Paesi non Opec, secondo l’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), nel 2016 subiranno il maggiore calo dal 1992 a causa del crollo dei prezzi, che frena lo shale oil americano, ovvero l’estrazione dell’oro nero dalle rocce, i cui costi di produzione sono più alti di quelli per l’estrazione tradizionale.

Del resto è oltre un anno che gli analisti hanno fatto i conti con l’abbondanza dello shale oil americano: il primo segnale è arrivato a luglio del 2014, quando per la prima volta dopo oltre 40 anni gli Stati Uniti hanno smesso di importare greggio dalla Nigeria. La nazione africana è stata tra i primi cinque importatori accanto all’Arabia Saudita, il Canada, il Messico e il Venezuela. A sostenere il mercato tradizionale, e la propria fetta di guadagno, restano l’Arabia Saudita e la Russia, i due Paesei che hanno più da perdere da un crollo del barile verso 20 dollari.

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