Il vero tesoro italiano è l’olio di girasole. In particolare, nel Centro Italia, spremuto a freddo invade gli scaffali dei supermercati. Ester Foppa Pedretti, insegnante di Agraria all’Università Politecnica delle Marche, svela un segreto: “Si tratta di una lavorazione che non usa solventi, gli agricoltori si stanno attrezzando. Bisogna mettere d’accordo chi lo produce e chi lo spreme. Potrebbe essere la strada giusta per un tipo di agricoltura come la nostra”.

È arrivato decisamente il momento di valorizzare queste piante. Il 2018, anno del cibo italiano nel mondo, non può che essere la rampa di lancio. “Non rassegniamoci a dipendere dall’estero” come, invece, paiono dirci i dati di Assosementi. Nel 2017 l’Italia ha importato 456 mila tonnellate di olio di girasole per un valore di 335 milioni di euro. Esportandone una miseria: 30 mila, per 29 milioni. Nel 2002, la superficie coltivata era pari a 166 mila ettari, nel 2017 si è rimpicciolita a 114 mila.

Alessandro Politano, di Assosementi, a luglio ha descritto questa situazione a Osimo: “Per il 2017-2018 si stima un consumo di 550 mila tonnellate di olio di girasole. La maggior parte arriva da semi e da prodotto importati”. Giuseppe Carli, numero uno dell’associazione che rappresenta le aziende sementiere italiane, aggiunge: “La ragione è semplice. Non solo noi siamo deficitari e con le nostre colture non riusciamo a coprire il fabbisogno, ma scontiamo anche che produrre l’olio di girasole all’estero costa meno”.

Pensate, per soddisfare la richiesta interna con prodotto soltanto italiano, bisognerebbe aumentare la superficie coltivata di 450 – 500 mila ettari. Manca la spinta, però. I nostri agricoltori non considerano conveniente coltivare i semi di girasole: “Il prodotto non sempre soddisfa le richieste dell’industria”. Per provare a valorizzare il prodotto bisognerebbe agire su tre parametri: innovazione, buone pratiche di coltivazione, sviluppo delle filiere locali.

Difficile, vero? Eppure, Ester Foppa Pedretti ci crede: “L’Italia centrale è vocata per questa scelta. Ma bisogna trovare le condizioni per valorizzare al meglio il seme. Se l’agricoltore non è invogliato a produrre perché ha scarso reddito, chiaramente la coltura va a morire”. Un vecchio progetto torna alla mente: “All’inizio del millennio avevamo investito su una scommessa, mettere in piedi una filiera corta olio-energia. C’era stata la chiusura degli zuccherifici, fino a quel momento larghe parti dell’Italia centrale erano state dedicate alla barbabietola, molto redditizia per l’agricoltura perché ben pagata. Quindi si è posto il problema dell’alternativa. Le energie rinnovabili cominciavano a essere molto incentivate. Ci abbiamo provato”. Ma alla fine non è accaduto nulla. Il boom non c’è stato. “In questo momento, in Italia, ci sono anche aziende energetiche che usano l’olio di girasole come un qualsiasi combustibile. Ma non è un uso massiccio, costa troppo”.