Si parla tantissimo di Italia e di Europa che a volte si scordano realtà regionali citate  per la qualità della vita.Poi esaminando meglio gli indicatori economici ci si accorge che la crisi è ancora forte e lungi dall’essere circoscritta e debellata. E’ il caso dell’Umbria di cui alcuni aspetti li analizziamo con Giuseppe Castellini,direttore Mediacom031

Le ultime elaborazione evidenziano che la crisi dell’Umbria rispetto ad altre regioni è lontana dall’essere terminata. Quali le  motivazioni secondo Lei ?
“L’Umbria è entrata già malata nella crisi e ha pagato un conto salatissimo perché l’infezione ha agito su un corpo già indebolito. L’Umbria è in declino da anni, certamente dal Duemila stando ai dati del Pil. Basti dire che nel 2000 il nostro Pil per abitante, ossia la ricchezza prodotta diviso il numero degli abitanti, aveva un indice di 99,5, fatta 100 la media nazionale. Poi abbiamo cominciato a scendere, anno dopo anno, arrivando a un indice di 86 nel 2016. Ossia, produciamo una ricchezza annua per abitante che è il 14% inferiore rispetto alla media nazionale, per non parlare del distacco siderale di quel Centro-Nord che, con tanta pompa ma poca sostanza, tra le fine degli anni Novanta e i primi del Duemila i governanti umbri si proponevano di raggiungere nei livelli di benessere. Perdere 13,5 punti percentuali rispetto a una media italiana che non è andata affatto bene è un vero e proprio tsunami economico. Come detto in molte occasioni, se dal 2000 avessimo avuto un andamento del Pil pro capite uguale a quello medio nazionale, oggi il nostro Pil sarebbe di 24,5 miliardi di euro l’anno e non di 21 miliardi come è. Senza contare che non siamo più neppure la prima regione del Sud, perché dal 2015 superati dall’Abruzzo quanto a Pil per abitante.
Le motivazioni sono molteplici e qui si possono solo accennare per titoli: ritiro di alcuni importanti famiglie produttrici umbre per diventare redditieri. Solo per fare qualche nome, dalla Perugina dei Buitoni all’Ellesse, a Ginocchietti e così via a un certo punto spariscono dalle mani umbre una serie di imprese protagoniste sul mercato nazionale e su quelli internazionali. Quando un territorio perde ‘campioni’ industriali, è come se scendesse dalla serie A alla serie B. Perché così perde il valore aggiunto dei servizi avanzati che queste realtà determinano sul territorio. Ad esempio, se Perugina passa alla Nestlè significa che sul territorio si perdono pezzi pregiati di valore aggiunto, come il marketing, l’ingegneria finanziaria. È come se ci dicessero: voi pensate a fare i bravi operai specializzati, a fare gli ingegneri e i creativi ci pensiamo noi. Perché Nestlè queste funzioni le svolge altrove, non certo in Umbria. Infatti, come dimostra un ottimo e dettaglio studio del professor Bruno Bracalente, riportato poi nel libro ‘Verso l’Umbria del 2020’, l’industria umbra attiva quasi esclusivamente a basso valore aggiunto (commercio ed edilizia), mentre manca quasi del tutto l’attivazione di servizi ad alto valore aggiunto (marketing, ingegneria finanziaria, servizi avanzati alle imprese e così via). Cosicché le Marche, cha hanno subito una crisi pesante, un po’ meno della nostra ma comunque ragguardevole, hanno a differenza dell’Umbria più possibilità di ripresa proprio perché lì ci sono ‘campioni’ industriali marchigiani che sul territorio generano un livello di valore aggiunto nei servizi avanzati molto più ampio di quello nostro, che è davvero minima
Quindi, la svolta redditiera di alcuni grandi famiglie industriali ha dato un colpo all’Umbria.
C’è poi stata la grande riorganizzazione dell’industria manifatturiera italiana, per cui questo settore si è ridotto di dimensione e in Umbria è emersa in tutta la sua chiarezza la debolezza di un apparato produttivo di dimensioni troppo piccole, poco orientato all’export, eccessivamente squilibrato sul produzioni a basso valore aggiunto realizzate perlopiù in subcommittenza e sul mercato interno. Oltre a una struttura educativa come l’Università, del tutto avulsa da qualsiasi relazione con l’apparato economico-produttivo della regione,non fornendo quindi alcun supporto all’innovazione e alla qualificazione di questo tessuto. Qui sono state, a bilancio consuntivo, piuttosto inefficaci le politiche regionali che, pur avendo individuato i problemi, non sono riusciti a scalfirli in modo importante.
Risultato, l’Umbria si è appoggiata sui due settori su cui si è sempre appoggiata quando è in difficoltà: il commercio e l’edilizia. Settori che fanno parte di quelli ‘non autonomi’ dell’economia, perché non attraggono ricchezza dall’esterno – come fanno i ‘motori autonomi’ come ad esempio le imprese che operano sui mercati internazionali o quelle del turismo – ma fanno girare, fungendo da moltiplicatore, la ricchezza che c’è. E settori a basso valore aggiunto, oltre che a bassa ricerca e innovazione, perché più protetti dalla concorrenza, dipendendo dalla regolazione amministrativa verso la quale diventano specializzati in un’attività costante di lobbyng, attraverso le quale cercare di limitare la concorrenza. La competitività, infatti, nei settori autonomi dell’economia tende ad essere cercata in misura maggiore attraverso la ricerca di protezione da parte dell’autorità amministrativa, cosa molta possibile invece per chi si confronta sui mercati internazionali. Non a caso le imprese dei settori ‘autonomi’ sono più efficienti, più innovative, più competitive di quelle più protette operanti nei settori non autonomi dell’economia.
Beninteso, non è che si settori ‘non autonomi’ dell’economia non siamo importanti, anzi. Ma in Umbria sono troppo grandi in rapporto a quelli ‘non autonomi’ e questa situazione ha fatto emergere un problema che, via via, è diventato sempre più grave per l’Umbria. Ossia la bassa produttività, che determina bassi profitti, basse retribuzioni, bassi investimenti e così via.
La ricostruzione post terremoto 1997, con notevoli risorse destinate all’Umbria dal Governo nazionale, ha coperto questi problemi, dando l’illusione di una prosperità che,invece, aveva le gambe molli. A parole si esprimeva la volontà di affrontare i problemi, ma gli strumenti messi in campo, soprattutto l’uso dei fondi comunitari, non si sono rivelati adeguati a intaccare in modo importante questi problemi strutturali.
Insomma, l’Umbria è in un canale discendente da tempo e andrebbe aperto un vero dibattito pubblico, che invece è strozzato da opportunità politiche contingenti, per cui si cerca sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno impedendo di creare quella lettura condivisa della situazione e un dibattito aperto sui rimedi.
Ad esempio, nel progetto ‘Perugia capitale europea della cultura’ ci sono elementi di grande interesse che, invece che lasciarli cadere dopo la sconfitta di questa candidatura, sarebbe stato bene tenere vivi e costruirci intorno una condivisione, anche perché non riguardano solo Perugia ma un po’ tutta l’Umbria.
Lussi di disattenzione e restrizione del dibattito pubblico che la regione, per come è messa e per come le cose vanno da tempo, non si può permettere”.

2. Può spiegarci come nasce mediacom043 e il ruolo che si sta ritagliando nel panorama regionale e nazionale?

“Mediacom043 è nata dalla necessità, condivisa da alcuni giornalisti esperti in tematiche economico-sociale e che credono nel valore di avere a disposizione un pannello di dati, di dare il proprio contributo alla comprensione dei fatti che riguardano l’Umbria e l’Italia e di aprire spazi di conoscenza e quindi, si spera di dibattito pubblico. Mediacom043, a cui collaborano valenti datajournalist, non ha nel suo orizzonte solo l’Umbria – che per noi è comunque una sorta di laboratorio ed è quasi divertente notare talvolta gli atteggiamenti puerili di un Palazzo, non solo quello della politica, che ormai è diventato così autoreferenziale e concentrato sui propri benefit da aver perso ogni rapporto con la realtà – ma studia molti fenomeni che riguardano le singole regioni italiane e fenomeni di livello nazionale. Abbiamo un numero di richieste di presentare dati in tante parte d’Italia che è decisamente superiore alle nostre forze. Riusciamo a fare fronte sì e no al 10 per cento degli inviti. Facciamo infatti questa attività a livello volontario, tanto che fino a che ce la faremo intendiamo realizzare i nostri lavori gratuitamente e comunque la gratuità della diffusione sarà sempre garantita. È stata un sorpresa vedere come i nostri rapporti siano apprezzati e come trovino diffusione in un gran numero di media. Si tratta di un’operazione culturale importante e credo che i giornalisti debbano essere di per sé persone di cultura. I migliori giornalisti, italiani e non solo, sono sempre stati e sono persone di cultura. Quando non è così non si tratta di giornalismo, ma di qualche altra cosa. Rispettabile, certamente, ma non è giornalismo come almeno lo intendiamo noi.
Il nostro convincimento, come riportiamo sempre nel presentare i nostri rapporti, è quello di Joseph Pulitzer, il giornalista-editore a cui negli Usa è dedicato il famoso Premio: “Non c’è crimine, stratagemma, trucco, truffa, vizio che non prosperi nella segretezza, ma portate queste cose allo scoperto, descrivetele, attaccatele, ridicolizzatele sulla stampa e, prima o poi, l’opinione pubblica le toglierà di mezzo”.

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