Giacomo Ferrari, nato a Rivanazzano Terme (Pavia), risiede a Milano. Sposato e padre di due figlie. Laureato in Sociologia. Giornalista professionista dal 1977, ha lavorato alla Gazzetta del Popolo di Torino, a Il Sole-24 ore e al settimanale Il Mondo prima di essere assunto, nel 1986, al Corriere della Sera come vice caporedattore all’Economia. Attualmente collabora al Corriere della Sera dove è titolare della rubrica quotidiana di Borsa. Tra i suoi libri, “Guida facile alla Borsa”, Sperling & Kupfer (tre edizioni, l’ultima del 2000), “Meno Agnelli, più Fiat, cronaca di un cambiamento” (Daniela Piazza Editore, Torino 2010) e “Risparmi e investimenti, guida facile per la famiglia” (Ed. Mind, Milano 2012).

Intervista a cura di Pier Francesco Quaglietti

 

La recessione economica sembra non avere mai fine. Tutti gli indicatori statistici, a partire dal Pil e dalla disoccupazione, descrivono una situazione preoccupante. E’ possibile uscirne?

 Storicamente a tutte le crisi economiche è seguita una ripresa. Compresa quella del ’29, che oggi viene giustamente presa come metro di paragone. La caratteristica di quella che stiamo vivendo è che sta durando molto più del previsto. E che, a causa della globalizzazione, non può dipendere dalle scelte di un singolo Paese. Il fatto di essere in Europa, pur con tutti i vincoli e le limitazioni che questa appartenenza comporta, potrà aiutare l’Italia a risalire la china. La ripresa, in ogni caso, arriverà grazie ad alcune aree guida e solo successivamente si estenderà a tutti i Paesi attualmente in crisi.”

 La Borsa ha un andamento altalenante e sembra scoraggiare gli investitori. Crede che le imprese italiane, in particolare quelle operanti anche a livello internazionale, riusciranno a trovare di nuovo i piccoli investitori, quei risparmiatori segnati da tante, troppe vicende ( Parmalat, Seat PG, eccetera ) ?

 I grandi investitori, dai fondi d’investimento ai fondi pensione, non hanno mai smesso di credere nell’investimento azionario. E proprio all’inizio di quest’anno lo hanno riconfermato, dirottando sulle Borse quei capitali che erano fuggiti dalle obbligazioni dopo la crisi dei debiti sovrani. Chi si è invece allontanato dai listini azionari sono proprio i piccoli risparmiatori, scottati dai casi che lei ha giustamente ricordato. Eppure, le imprese hanno assoluto bisogno di finanziarsi in Borsa, attraverso il collocamento di azioni, anche se per il momento i tassi relativamente bassi possono favorire l’indebitamento. Primo compito del governo che si insedierà dopo le elezioni sarà quello di ricostruire la fiducia perduta, non solo nei confronti degli investitori esteri, ma anche per quanto riguarda il risparmio privato.”

 La difficoltà economica induce molti osservatori a rifugiarsi di nuovo in una visione keynesiana dell’economia. Lei, con un’ esperienza giornalistica che ha visto l’apoteosi delle aziende statali italiane e la loro dismissione, come giudica l’ipotetico ritorno dello Stato nel controllo di importanti settori produttivi ?

 ” In linea di principio non sono per nulla favorevole all’intervento statale. Si rischia infatti di salvare aziende che non hanno più mercato, aggravando ulteriormente il bilancio pubblico. Meglio sarebbe intervenire direttamente a favore dei lavoratori, con sussidi e corsi di formazione che favoriscano la loro riqualificazione, lasciando chiudere le imprese decotte. Detto questo, non mi sento di bocciare completamente le teorie keynesiane. Il mercato a tutti i costi e lo Stato interventista rappresentano due estremi all’interno dei quali si possono trovare strade intermedie ”

 Insomma, una via di mezzo. Ma nella pratica è possibile?

 ” Esperienze recenti dicono che è possibile. Mi spiegherò con un esempio. A fine 2009 l’industria automobilistica americana era sull’orlo del collasso. Delle tre principali case costruttrici soltanto Ford, pur toccata anch’essa dalla crisi del mercato, aveva ancora in cassa le risorse per tentare il rilancio. Le altre due, vale a dire General Motors e Chrysler, non ce l’avrebbero fatta. Ebbene, negli Usa, patria del liberismo economico, si fece ricorso all’aiuto statale. Il governo di Washington, però, non pensò nemmeno lontanamente di nazionalizzare i due gruppi automobilistici, una soluzione che peraltro nessuno aveva mai ipotizzato, a cominciare dal management delle stesse aziende. Lo Stato aiutò Gm e Chrysler prestando loro i capitali necessari per risollevarsi. Concesse insomma un maxi-finanziamento, a tassi di interesse vicini a quelli di mercato (ma che le banche non volevano o non potevano concedere), chiedendo un ricambio ai vertici. Ebbene, sia General Motors sia Chrysler (in questo caso la vicenda ci tocca da vicino poiché il top manager chiamato a risanare si chiamava Sergio Marchionne) usufruirono dei prestiti pubblici, riuscirono a rilanciare le aziende e restituirono allo Stato i capitali ottenuti. L’intervento pubblico, dunque, limitato e finalizzato, servì a salvare i due colossi dell’auto. ”

 Quella esperienza potrebbe valere anche da noi?

” Certo, anche se dipende da caso a caso. Se la causa della crisi è la liquidità, ma  ordini e produzione reggono, un aiuto finanziario sotto forma di prestito da parte dello Stato potrebbe aiutare a risolvere i problemi. ”