Giacomo Ferrari, giornalista e scrittore, risponde ad una nostra intervista sulla FIAT e su altre tematiche. ” C’è comunque una riflessione da fare: se le multinazionali fanno queste scelte ( ndr. riferendosi alle nuove sedi sia legale che fiscale di Fiat)  la colpa è proprio della situazione italiana. Burocrazia e fisco sono le nostre palle al piede e non a caso le società portano le sedi sociali in Olanda (dove le pratiche sono più semplici e veloci) e quelle fiscali a Londra (dove le tasse sono più ragionevoli)

Giacomo Ferrari, nato a Rivanazzano Terme (Pavia), risiede a Milano. Sposato e padre di due figlie. Laureato in Sociologia. Giornalista professionista dal 1977, ha lavorato alla Gazzetta del Popolo di Torino, a Il Sole-24 ore e al settimanale Il Mondo prima di essere assunto, nel 1986, al Corriere della Sera come vice caporedattore all’Economia. Attualmente collabora al Corriere della Sera dove è titolare della rubrica quotidiana di Borsa. Tra i suoi libri, “Guida facile alla Borsa”, Sperling & Kupfer (tre edizioni, l’ultima del 2000), “Meno Agnelli, più Fiat, cronaca di un cambiamento” (Daniela Piazza Editore, Torino 2010) e “Risparmi e investimenti, guida facile per la famiglia” (Ed. Mind, Milano 2012).

1. Lei che si è interessato della FIAT per vari organi d’informazione e che ha scritto anche un libro sull’argomento, cosa pensa della decisione di trasferire in Olanda e in Inghilterra rispettivamente la sede legale e quella fiscale ?

Confesso che il dibattito sulla sede legale della nuova realtà industriale nata dalla fusione di Fiat e Chrysler mi è sembrato fin dall’inizio viziato da pregiudizi o, peggio, da speculazioni. Io credo che la realtà sia invece molto più semplice. Dopo la fusione – di cui avevo ipotizzato il cammino nel mio libro “Meno Agnelli, più Fiat” di quasi quattro anni fa – la scelta della sede legale è diventata una mera questione di opportunità e/o immagine. Stabilirla negli Usa sarebbe stato corretto perchè tutto sommato grazie all’apporto di Chrysler il grosso delle attività industriali si trova ora negli Usa. Ma questo avrebbe scontentato gli italiani. D’altra partela Fiat, che è diventata proprietaria di Chrysler, è italiana. In passato molte alleanze tra imprese di Paesi diversi sono saltate per questioni simili. Non certo sostanziali, ma di bandiera o, se preferiamo, di orgoglio nazionale. A questo punto la scelta di un Paese terzo, l’Olanda appunto, è stata una specie di compromesso. Tanto più che già ai tempi della gestione Romiti, quandola Fiatera una holding di partecipazioni, l’allora sua controllata Fiat Auto era domiciliata proprio in Olanda. Diverso è il discorso relativo alla sede fiscale. Nel caso specifico il domicilio fiscale nel Regno Unito è quello della holding, che ha come unici ricavi i dividendi delle varie società operative. Queste ultime continueranno a pagare le tasse nei Paesi dove producono e comunque prima della distribuzione degli eventuali utili. Quindi in Italia, Usa, Polonia, Brasile, eccetera. Probabilmente un vantaggio c’è ma non è determinante, dal momento che al fisco britannico, meno pesante di quello italiano e anche di quello americano, arriverebbe soltanto il segmento finale della tassazione complessiva. D’altra parte lo schema – sede sociale in Olanda e quella fiscale a Londra – è comune alla gran parte delle multinazionali. ).

2.Termina con questa decisione della FIAT una storia. Come sarà da ora il rapporto con la città di Torino e con l’Italia ?

Non credo che il rapporto cambierà molto, in relazione alle decisioni di cui abbiamo parlato. Gli stabilimenti italiani resteranno dove sono. Ciò che bisognerà verificare è la volontà di Fiat-Chrysler di continuare a produrre (e con quali investimenti) a Mirafiori e nelle altre fabbriche italiane. E questo si saprà ai primi di maggio, quando sarà reso noto il piano industriale per i prossimi quattro anni. Per quanto riguarda la città di Torino e il suo hinterland è ormai certo che a Mirafiori e negli ex stabilimenti Bertone di Grugliasco si produrranno rispettivamente i modelli Alfa Romeo e Maserati (il cosiddetto polo del lusso). Qualcosa potrà cambiare negli altri siti. Attualmente a Pomigliano si produce la nuova Panda, mentre a Cassino si costruiscono Giulietta, Bravo e Delta (che dovrebbero far posto alla nuova ammiraglia e alla Giulia). A Melfi infine si produce oggila Grande Punto, ma entro quest’anno sarà avviata la produzione del cosiddetto piccolo suv della Jeep e della 500 X. Si tratta per il momento di indiscrezioni, la cui effettiva realizzazione sarà probabilmente legata all’evoluzione del mercato mondiale dell’auto.

3. Stiamo vivendo passaggi epocali. Crede che il nostro Paese riuscirà a riprendersi ma soprattutto riuscirà a far ripartire un’economia dove la disoccupazione e la morte quotidiana di centinaia di aziende ancora non si arresta ?

La via d’uscita è l’export, come dimostrano peraltro i dati più recenti. Le aziende che si sono salvate sono quelle che, in assenza di domanda interna sono riuscite a vendere all’estero, nonostante l’euro forte. Nei primi 9 mesi del2013 l’export italiano ha superato i livelli pre-crisi (+2,6% rispetto al 2008). Certo, non tutte le aziende possono guardare ai mercati esteri, ma intanto molte di esse possono cercare di ottenere commesse da quelle che esportano. La ripresa non si avverte in Italia, ma nel resto del mondo è già in atto. Dobbiamo agganciarla. Solo così sarà possibile rimettere in moto i consumi e ritornare a far crescere il Pil.

4.Per quale motivo secondo Lei i giovani dovrebbero ancora credere a questo Paese ?

Le nuove generazioni sono più aperte al superamento degli schemi tradizionali. E sapranno adattarsi all’imprevedibilità delle situazioni lavorative che potrebbero presentarsi in futuro. Accettando per esempio ruoli e mansioni magari non legate al proprio percorso di studi o a semplici preferenze. Secondo me però tutti dovrebbero fare un’esperienza all’estero, consolidare competenze ed esperienze, abituarsi alla meritocrazia e alla competizione, per poi tornare in Italia nel momento più opportuno. Mi rendo conto che la strada è complessa, ma non vedo altre soluzioni.

5.La globalizzazione, alla luce di quanto avvenuto a livello di crisi economica, è un bene o un male secondo Lei ?

Partiamo del presupposto che la globalizzazione è un processo che non si può fermare. La velocità di comunicazione e di propagazione delle conoscenze è enormemente aumentata ed ha permesso ai Paesi emergenti di affacciarsi sul mercato mondiale. Nell’ultimo quarto di secolo miliardi di persone sono uscite dalla condizione di indigenza proprio per effetto della globalizzazione. Secondo una previsione dell’Onu, infatti, nel 2015 si troveranno ancora sotto la soglia di povertà 920 milioni di persone, che però rappresentano la metà di quelle registrate nel 1990, nonostante che nel frattempo la popolazione del mondo sia passata dai 5,2 miliardi di allora agli oltre 7 di oggi. Per tutte queste persone, dunque, la globalizzazione è stata un bene. Le economie tradizionali, invece, hanno dovuto subire il processo di globalizzazione, con il progressivo impoverimento del cosiddetto ceto medio. Meno poveri in assoluto, dunque, ma più poveri nei Paesi ricchi. C’è chi ha vinto e c’è chi ha perso: un bilancio finale non solo è difficile da fare ma è anche molto soggettivo…

   Pier Francesco Quaglietti

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