I dati del Fondo Monetario Internazionale, anticipati dal quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, sono allarmanti. L’euro ispira sempre meno fiducia agli investitori del resto del pianeta e le riserve espresse nella divisa europea delle economie emergenti e di quelle neo-industrializzate ammontano ad appena il 24% del totale di quelle denominate nelle valute forti. Un calo di ben sette punti percentuali, rispetto a soli tre anni prima, nel 2009. Allora, l’euro costituiva il 31% delle riserve di stati come India, Brasile, Cina, Singapore, Thailandia, Malaysia, Turchia, Corea, Messico ed Europa dell’Est. Primeggiava come oggi il dollaro statunitense, che rappresentava il 70% delle loro riserve. Oggi, la divisa americana scende al 60%, ma resta di gran lunga la valuta estera più apprezzata fuori dai confini degli States. In un solo anno, invece, le riserve in euro sono scese del 6%, di 34 miliardi, a 510 miliardi, nonostante la moneta unica si sia apprezzata nel corso del 2012 contro il dollaro. E se è vero che anche quest’ultimo in dieci anni ha perso 10 punti, è pur sempre vero che oggi le riserve in euro ammontano ad appena il 40% di quelle espresse nella divisa USA. Ad avere guadagnato della politica di ri-ponderazione delle riserve delle banche centrali sono state due valute: lo yuan cinese e il dollaro australiano. Se dieci anni prima ammontavano all’1% complessivo, nel 2012 la loro quota è salita all’8%, mentre anche il real brasiliano potrebbe fare strada, dopo un accordo tra le banche centrali di Cina e Brasile, che si sono impegnate reciprocamente a detenere almeno 30 miliardi di dollari in valuta dell’altro Paese, in modo da accrescerne il peso negli scambi mondiali. E’ la dimostrazione che il mondo intero guarda con preoccupazione alle fluttuazioni dell’euro, ma anche ai problemi di bilancio degli USA, è data dagli ingenti acquisti di oro da parte delle banche centrali, pari nel 2012 a 535 tonnellate, record dal 1964.

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