Lo scorso 4 settembre la BCE ha sorpreso i mercati tagliando i suoi tassi d’interesse al minimo storico dello 0,05%. A seguito della notizia l’euro è andato a picco scendendo in pochi secondi da 1,31 a 1,30 dollari. Durante le scorse settimane la moneta unica si è indebolita ulteriormente. Giovedì scorso è stata violata, per la prima volta dall’estate del 2012, quota 1,24 dollari. Il piano di Mario Draghi è dunque perfettamente riuscito. Il numero uno dell’Eurotower punta infatti a sostenere la ripresa dell’economia con un indebolimento dell’euro. Un tasso di cambio più debole ha un grande vantaggio per gli esportatori europei: la loro merce all’estero diventa meno cara, quindi più attraente. Ciò ha un impatto positivo anche sui mercati azionari. Le imprese dell’indice Stoxx Europe 600 generano quasi il 50% dei loro ricavi al di fuori dell’Europa. L’euro debole migliora la loro competività e spinge gli utili. Alla fine ne trae vantaggio l’economia. E l’euro potrebbe scendere ancora. Draghi ha indicato la scorsa settimana che la BCE è pronta a lanciare ulteriori misure non convenzionali se dovesse essere necessario. Allo stesso tempo la politica monetaria della Fed sta diventando meno espansiva a seguito del miglioramento delle condizioni dell’economia statunitense. Il programma di allentamento quantitativo è stato terminato ad ottobre e per la prima metà del 2015 è atteso il primo rialzo dei tassi. Il biglietto verde dovrebbe di conseguenza restare forte. Molti analisti prevedono che l’euro scenderà nel medio termine a 1,20 dollari.

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