Default: questa la parola che viene in mente a leggere i dati mondiali. I debiti privati e pubblici  hanno raggiunto infatti 164 mila miliardi di dollari. Vale a dire il 225 per cento del Pil globale. Le cifre sono state fornite dal Fondo monetario durante il consueto incontro di primavera a Washington. Anzi, era stato anticipato tutto dal direttore dell’Fmi per la finanza pubblica, Vitor Gaspar, nel blog. Un grafico, la cifra spaventosa. Il record storico.

Ma è una bolla mondiale o i dati possono anche avere un che di positivo? Sul blog le cifre, senza commenti. Da fare, però. Solitamente, la sostenibilità di alti livelli di debito dipendono dai ritmi di crescita, oggi soddisfacenti, e dai tassi d’interesse, bassi ovunque. Infine, dalla produttività, che nei Paesi emergenti sta salendo bene. E l’Italia? Il debito pubblico continua a essere molto elevato, ma negli anni scorsi ci sono stati sviluppi più positivi nel settore privato. Bankitalia, nel suo rapporto, ha mostrato che famiglie e imprese oggi sono più solide finanziariamente rispetto a qualche anno fa. La quota di debito sulle imprese più vulnerabili, dal 2012, è sceso dal 47 al 30%. Dal 2010 al 2017, il debito delle società non finanziarie è calato dall’83,8 al 72,3% del Pil. L’Italia si avvicina alla Germania. La posizione del nostro Paese verso l’estero, considerando privato e pubblico, è quasi in equilibrio tra debiti e crediti (nel 2010 era in rosso del 20% del Pil).

Possiamo sorridere? Non tanto. Il messaggio di Gaspar sta a significare che c’è fragilità finanziaria a livello internazionale. “Si prevede che il livello del debito pubblico rispetto al Pil scenda in tutte le economie avanzate meno una. Negli Stati Uniti la revisione fiscale e l’accordo biennale di bilancio produrranno deficit di oltre mille miliardi di dollari nei prossimi tre anni”. Il disavanzo Usa supererà il 5% del Pil e, nel 2023, il debito pubblico sarà al 117%, vale a dire quasi ai livello italiani.

Dagli States, dunque, arriva la vera minaccia per tutta l’Europa, Italia compresa. Se inizialmente le implicazioni potrebbero essere buone (gli Stati Uniti crescono senza interruzioni dal 2009 e aggiungere adesso enormi tagli alle tasse e nuove spese può rinviare la prossima recessione, prolungando l’espansione fino al 2020). Oltre mille miliardi di debito pubblico andranno però finanziati. Come ? Attraverso la vendita di enormi quantità di titolo di Stato da parte del Tesoro americano. Gavekal Research, consulente finanziario, pensa che saranno ancora una volta gli investitori esteri a prestare il denaro agli americani. Dai fondi sovrani asiatici ai fondi pensione olandesi, ai magnati del Golfo. Per farlo, questi investitori richiederanno un ritorno altrettanto grande. Il Treasury a 10 anni già rendeva il 2,97%, quello a un anno il 2,08%; rendimenti che saliranno ancora mentre la Federal Reserve è impegnata ad alzare i tassi ufficiali del 2018.

Tornando all’Italia, siamo vicini al rating ‘spazzatura’, gli Stati Uniti sono considerati invece il miglior pagatore del mondo. Il rischio di fare prestiti all’Italia è dunque molto alto, uguale dovrebbe essere il rendimento per attrarre investitori stranieri. Invece, il titolo italiano a un anno rende quasi il 2,5% meno di quello americano. Il titolo a 10 anni rende l’1,2% in meno. Alla lunga, l’enorme debito pubblico Usa e i tassi in aumento finiranno per coinvolgere, anzi travolgere, anche l’Italia e il costo del debito aumenterà per trovare nuovi compratori. In un’economia fragile, è molto pericoloso (come è successo nel 2011).

Gli analisti di MacroStrategy paventano poi un altro rischio. Il tasso di risparmio netto di Washington viaggia al minimo storico dell’1,3%, l’espansione della prima economia al mondo si fonda su un continuo aumento del debito pubblico e privato. Le società quotate all’S&P500 sostengono i propri titoli con continui riacquisti di azioni, spesso finanziati a debito, a livelli simili a quelli pre-crisi. Amundi, gestore di risparmio, stima che l’indebitamento delle imprese americane stia salendo al ritmo del 6% annuo, il doppio del Vecchio Continente. La Fed rialza i tassi, l’America aumenta sempre più in fretta la sua leva finanziaria, l’esposizione diventa sempre più costosa e fragile. Ma finirà presto. Forse nel 2020, quando gli Stati Uniti potrebbero venire considerati un po’ malati, l’Italia per allora potrebbe essere moribonda.