Via le aziende a partecipazione statale da Confindustria. Un patacrac per quest’ultima. È il ministro degli Interni Matteo Salvini a lavorare sul provvedimento. Se la cosa andrà in porto, Enel, Eni, Ferrovie, Leonardo e Poste non potranno associarsi neanche indirettamente. Vero che già Matteo Renzi aveva agitato questo spettro, ma ora la questione sembra essere una priorità del nuovo Governo.

Nei quattro anni tra l’idea di Renzi e quella di Salvini ne è passata di acqua sotto i ponti. Con l’Associazione degli industriali sul punto di affogare avendo perso già diverse risorse private, da Fiat a Luxottica. Qualcuno dice che, in realtà, la fuoriuscita delle imprese partecipate dal Tesoro potrebbe essere la grande occasione per la resurrezione di Confindustria, che potrebbe tornare a far sentire la sua voce.

La coabitazione tra imprese pubbliche e imprese private rende oramai impossibile una rappresentanza efficace, in particolare quando si crea un conflitto d’interessi tra le industrie manifatturiere e quelle del terziario o dei servizi. Un esempio? I costi dell’energia in Italia sono del 30 per cento più elevati rispetto alle economie più avanzate e Confindustria dovrebbe fare qualcosa. Ma non lo fa perché, tra gli associati, ci sono aziende che l’energia la producono e che dunque ci perderebbero.

Il nuovo Governo gialloverde, in realtà, non ha fatto sapere praticamente nulla sulle intenzioni riguardo all’industria, proprio nel pieno della quarta rivoluzione. Non ci sono stati riferimenti concreti al piano industria 4.0, né sull’Ilva, la più grande acciaieria d’Europa nonché maggiore industria del Mezzogiorno (vale l’1 per cento del Pil); ha solo stroncato la Tav.

Tornando a Salvini, non corre buon sangue da tempo e Confindustria, in particolare la rappresentanza romana (Luca Cordero di Montezemolo, Luigi Abete e Aurelio Regina), da sempre in lotta con i nordisti di Assolombarda. A febbraio, il leader della Lega disse: “Sto incontrando molti imprenditori e temo che i vertici di Confindustria rappresentino sempre più se stessi e non il mondo dell’industria”. Eravamo in campagna elettorale. Ma a maggio, durante le consultazioni, un altro siluro: “Confindustria guarda al passato”. Frasi che hanno ‘armato’ il Nord, con Assolombarda e Confindustria Piemonte e Veneto pronte a fare fronte comune rimescolando le carte.

La zoppicante Confindustria, che ha pure un buco enorme nel Sole24Ore (brucia 4 milioni di euro al mese), dovesse perdere pure Eni e Leonardo, si ritroverebbe con altri 10 milioni di euro in meno. Sul tavolo, poi, c’è la successione a Boccia, considerato un ‘renziano’. Il prossimo numero ‘dovrà’ essere un rappresenta dell’industria manifatturiera del Nord. I tre invisi a Salvini vorrebbero invece Gaetano Maccaferri. Prima di questo argomento, però, bisognerà affrontare quello delle partecipazioni statali. Con Cassa Depositi e Prestiti argomento centrale: chi sarà il nuovo presidente? Così come Eni e Leonardo, i cui vertici sono disturbati dalle inchieste della magistratura. In questo senso, potrebbero venire affrettati i cambiamenti. Un gioco d’incastri, insomma. Un braccio di ferro.

E una domanda: gli industriali torneranno a parlare con voce importante o crollerà definitivamente Confindustria? Secondo fonti interne, infatti, dai 150 mila iscritti, arrivano a malapena 400 milioni di euro l’anno. Venti di questi arrivano da gruppi dove il pubblico è ancora presente. Da Eni 7 milioni, da Leonardo 4,9, da Poste 4,8, da Ferrovie 4, da Enel 2,3, dalla Rai 900 mila e da Fincantieri 500 mila. Togliendo anche questi, l’ossigeno diminuirebbe sensibilmente. Il piano di Matteo Salvini è probabilmente questo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *