Nei giorni scorsi è stato arrestato Alberto Micalizzi, un operatore finanziario( un raider, un trader, o che altro, nella fantasiosa terminologia finance and banking) che ho conosciuto quando, più di venti anni fa, era ancora uno studente particolarmente brillante dell’istituto commerciale, poi un ancor più meritevole allievo dell’Università di Siena, in procinto di trasferirsi alla mitica Bocconi per completare i suoi studi di economia, finanza e chissà che altre diavolerie.
I motivi del suo arresto dipendono da ipotesi di reato divenuti ormai quasi un’epidemia sociale: senza entrare in dettagli odiosi, si tratta sempre della disinvolta manipolazione del denaro, in un mondo di investimenti talmente lontani dalla normale percezione del cittadino comune, da assumere i contorni dell’illusionismo prestigidatorio.
La notizia non può, ovviamente, che rattristarmi; non fa piacere la disgrazia altrui, specialmente se trattasi di un ancor giovane professionista conosciuto quando era adolescente di belle speranze; la vicenda, apparsa su tutti giornali nazionali con una certa dovizia di particolari, diviene però emblematica e forse riassuntiva, e certo preoccupante, del significato e, ancor di più, delle finalità, degli alti studi economici e finanziari nell’epoca del libero mercato tanto energicamente propagandato e difeso contro ogni evidenza.
Non credo che Alberto, di famiglia di normali lavoratori, sia partito da Terni per l’Università di Siena e poi accolto a braccia aperte alla Bocconi con lo scopo di truffare il prossimo, come affermano magistrati e organi di controllo non solo italiani; non credo neanche che abbia abilmente nascosto le sue prave intenzioni ai suoi professori, che so per certo che altamente lo stimavano, tanto da farlo collaborare ad importanti programmi internazionali per la privatizzazione di settori economici del mondo ex comunista, e poi a permettergli di insegnare materie finanziarie nella stessa blasonatissima Bocconi.
Intendo dire che, posto che le accuse si rivelassero vere, esse sarebbero il risultato degli studi tanto decantati della finanza, questa si creativa, che vengono pensati eleborati e insegnati nelle facolta economiche di tutte le università del mondo, nelle quali è norma fondamentale il principio della libera iniziativa anche, anzi soprattutto, per quanto riguarda il delicato asset “denaro”.
Vedete le coincidenze: Siena, facoltà di Scienze bancarie o di Economia, cioè Monte dei Paschi; università commerciale privata Bocconi, tempio del liberismo economico, molto anglosassone, molto serio e usato da molti come esplicito biglietto da visita. Laureato alla Bocconi, quindi…
La suggestione di questi nomi intriga assai: settant’anni fa, più o meno, un grande poeta americano, Ezra Pound, studiò, per una sua passione personale la fondazione del Monte dei Paschi, secondo gli statuti del 1622, quando una vastissima sottoscrizione pubblica, permise di dare nuova linfa ad un’economia locale asfittica per mancanza di danaro. Su tale fatto storico, di importanza fondamentale per la storia della finanza occidentale, Pound compose uno dei suoi cantos, facendo di un tema monetario elemento poetico con un fine politico preciso: la dimostrazione della possibilità della lotta all’usura, che nasce dalla rarefazione della moneta per processi patologici di accumulazione, con la messa in circolo di denaro grazie ad una decisione pubblica (all’epoca, i signori Chigi, il senato cittadino, il granduca di Toscana).
(Su questi temi Pound tenne alcune conferenze alla Bocconi, non sappiamo quanto capito e apprezzato…)
Gli Statuti del 1622 indicano il valore delle azioni e il rendimento annuo, stabiliscono una finalità produttiva e non speculativa, ordinano che una percentuale si accantonata per gli imprevisti,ecc…
I Signori della Bocconi direbbero tutto questo un insopportabile atto di dirigismo, un attentato al libero mercato dei derivati e degli swap, e così avranno pensato anche gli amministratori del Monte dei Paschi che devono rispondere di qualcosa, ma questo qualcosa sfugge, perché, ha detto ancora ieri un top manager di banca all’assemlea dell’ABI, il riconoscimento legislativo che le banche siano imprese private e non istituti pubblici è una conquista, ovviamente da non rinnegare, dalla quale non indietreggiare: quasi come l’art. 18.
E Alberto? Il mio amico Micalizzi, educato da tanti illustri esempi, ha applicato quel che ha appreso così bene: il danaro è una merce come un’altra, anzi più merce di un’altra, perchè è sostanzialmente fungibile e non facilmente deperibile, essa può spostarsi nel tempo e nello spazio in modalità sconosciute alla fisica empirica degli umani; essa merce si riproduce più dei conigli, e scompare nei cilindri, abitualmente nascondiglio di quei simpatici roditori, di abili illusionisti, sotto forma di titoli rappresentativi di futures.

di Fernando Pieramati

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