Cibo e vino fanno la fortuna dell’Italia. Da soli, ma ancor di più associati. Maggio è stato il mese del binomio vincente con Vinitaly a Verona, Cibus a Parma, Macfrut a Rimini e Milano Food City. Sulla spinta di un 2017 che ha chiuso molto bene per il settore, l’agroalimentare. Con 6 miliardi, il vino italiano ha totalizzato il record nell’esportazione. L’ortofrutta fresca, con 5 miliardi, ha fatto altrettanto. Seconda solo al vino, ma prima se considerassimo anche il prodotto trasformato.

Il settore alimentare italiano, nel complesso, è arrivato a 137 miliardi, dopo quattro anni in cui ci eravamo fermati a 132 miliardi. Segno che è tornata la salute (+4 per cento, dati Federalimentare). Merito dell’aumento nella produzione e del rialzo dei prezzi alla produzione.

L’export della sola industria alimentare ha visto da vicino i 32 miliardi (+6,3%), ma con crescite a due cifre per acquaviti e liquori, lattiero-caseario e dolciario. In Russia abbiamo ottenuto il +28%, in Cina +19%, in Spagna +16%, in Polonia +13%. E’ aumentato pure l’import: +6%, a 22 miliardi. Il che conferma che noi siamo anche in grado di trasformare il food. Il saldo attivo è notevole, 10 miliardi (+7%).

Nel 2017, le vendite di cibo hanno chiuso con il +0,8% in valore e il -1% in volume. Il che significa stagnazione. O, anche, che la fiducia del consumatore resta bassa. A crescere sono il low cost e il premium, questa volta in media non sta virtus. Per il 2018, però, le previsioni sono ottimistiche, con cautela. I consumi interni dovrebbero essere “in marginale ripresa”, sia per volume sia per valore. Federalimentare però invita a non fare troppi sorrisi: “Sarà al massimo un incremento di zero virgola”.

Nomisma è più preoccupato per il clima di protezionismo che c’è oltre i confini nazionali: “Nel 2018, il consolidamento della ripresa economica in Europa e in Nord America (dove si concentra il 78% delle esportazioni agroalimentari italiane, peraltro) dovrebbe favorire il nostro export, così come negli altri mercati dove siamo ancora poco presenti, come l’Asia”. L’export italiano continua ad accusare un grosso limite: arrivare lontano. Ecco perché dobbiamo tifare perché Donald Trump e i suoi dazi non facciano troppi danni. Né economicamente né geopoliticamente (rapporti con Russia e Iran). Altrimenti, anche i nostri mercati ne risentiranno. E addio cauto ottimismo.