Dove finiscono i pomodori che arrivano dalla Cina, sbarcando senza problemi in Italia? Nessuno lo sa. È di poche settimane fa l’arrivo di 44 container con salsa rossa, arrivati al porto di Napoli, nella patria della pummarola. Il pomodoro cinese viene coltivato nella regione di Xinjiang, trattato probabilmente con fitofarmaci, e prima di approdare nel Bel Paese affronta un viaggio lunghissimo in treno e nave. I 44 container, contenenti più di mille tonnellate di prodotto, in quali condizioni avranno scaricato sotto il Vesuvio? Soprattutto, una volta dispersi in vari camion, quella salsa rossa verso quali aziende si sarà diretta? Nessuno lo sa. Fatto sta che potremmo tranquillamente ritrovarcela in qualche ragù o sulla pizza.

L’Aincav, l’Associazione nazionale industriali conserve alimentari vegetali, prova a gettare acqua suo fuoco: il pomodoro acquistato in Cina viene lavorato e poi interamente spedito fuori dal nostro Paese. Addirittura fuori dall’Unione Europea. Ma sarà davvero così? Nel 2017, secondo l’Istat, abbiamo importato dalla Cina 33 mila tonnellate di triplo concentrato, -63,6% del 2016. Anche questa notizia dovrebbe tranquillizzarci, ma non è tutto ora ciò che luccica. Non dimentichiamo che tra Cina e Stati Uniti è in corso una guerra dei dazi, rossa perché sanguinosa. E l’Italia potrebbe ottenere vantaggi, ossia esportare agrumi e vino in Cina visto che mancano quelli americani; in cambio, però, potrebbe dover accettare ancora più prodotti da Pechino e dintorni. Appena un mese fa la Cina ha creato la State market regulatory administration (Smra), nel tentativo di tranquillizzare quanti pensino che in quel Paese si utilizzino prodotti vietati. Ma prima di poter avere informazioni soddisfacenti, bisognerà attendere parecchio tempo. E intanto?

La Coldiretti è giustamente preoccupata. Come spiega Lorenzo Bazzana, responsabile economico, ciò che sbarca in Italia dalla Cina sparisce. Ossia, le dogane hanno i dati complessivi, ma le bocche cucite su chi importi le singole partite. Dunque, la destinazione resta un mistero. Coldiretti si batte da tempo per avere questi nomi, ma per ora si è ritrovata di fronte una barriere invalicabile. Altro che Grande Muraglia Cinese.

In Italia, sono 110 le aziende che lavorano il pomodoro importato. Se al Nord, di solito, il concentrato viene prodotto utilizzando la materia prima italiana, al Centro e al Sud la musica cambia: gli imprenditori conservieri si servono proprio in Cina. E non solo. Anche perché sono due le procedure possibili per far entrare questi prodotti in Italia. Il Tpa, Traffico di perfezionamento attivo o temporanea introduzione, a dazio zero a patto di lavorare la materia prima e poi inviarla completamente fuori dall’Ue; la pratica ordinaria, con pagamento del dazio e il prodotto può restare da noi. L’85-90 per cento del concentrato di pomodoro proveniente dall’Oriente segue il primo percorso. Se l’imprenditore non fa così, froda il fisco. A Napoli, però, non si sa quale strada sia stata seguita. D’altronde, sono le dogane che dovrebbero controllare se il prodotto che entra poi viene fatto uscire al 100 per cento, ma è un’impresa. Il triplo pomodoro, lavorato e con aggiunta di acqua o di altri ingredienti, raddoppia, triplica, diventa dieci volte ciò che era passato alla dogana inizialmente. Diventa dunque difficile controllare se esce il 100 per cento o meno.

Sempre Coldiretti aggiunge che le 33 mila tonnellate entrata in Italia nel 2017 non si sa dove siano finite. E potrebbero essere finite in parte negli ingredienti per pizze e in piatti surgelati, nella base di sughi confezionati. A quel punto, il consumatore non sa più l’origine. E l’allarme è forte perché la Cina è tra i Paesi che più spesso ha ricevuto notifiche per prodotti alimentari non conformi. Per il latte in polvere per bambini, ci furono pure dei decessi. Tanto che i cinesi oggi lo comprano in Nuova Zelanda o in Europa.

La situazione non è destinata a migliorare, anzi, L’Ue ha firmato patti bilaterali con la Cina. Arrivano sul nostro territorio prodotti ottenuti con metodi e principi attivi vietati da noi. Arrivano mele e pere cinesi, per esempio e, paradosso dei paradossi, noi non possiamo esportare in Cina gli stessi frutti perché potrebbero portare insetti dannosi per il Paese dell’Estremo Oriente.